Curiosità

Storia e restyling di Mini: la british invasion dell’automobilismo

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Mini la storia e il restyling

Si sa che è nei momenti di difficoltà che l’essere umano tira fuori tutta la propria intelligenza ed immaginazione. Un esempio lampante è la Mini, un’auto figlia di un progetto di lungo periodo, ambizioso e risolutore. Dal successo talmente vasto da essere venduto in licenza a tanti altri marchi del mondo occidentale.

Alec Issigonis
Birmingham Museums Trust [CC BY-SA 4.0], via Wikimedia Commons

La crisi di Suez del 1956

Molti la definirono la fine dell’Impero Britannico, poiché fu l’ultimo intervento militare della Gran Bretagna senza l’avallo degli Stati Uniti, e perché fu la prima occasione che vide il Canada dissentire dalla Corona.
Sarà vero politicamente, ma commercialmente le tensioni scatenate nel ’56 consentirono agli inglese di pensare e concepire un’auto straordinaria come la Mini.

È infatti in seguito a quegli eventi e alla relativa crisi economica causata dalla mancanza di benzina in tutta Europa, che la British Motor Corporation affidò ad Alec Issigonis il compito di progettare una microvettura a quattro posti.

Fu realizzata una vettura unica: soli 303 centimetri di lunghezza che riusciva a contenere quattro persone e a consentire un consumo non troppo elevato di carburante. Una rivoluzione che presto iniziò a spopolare.

morris mini minor 1959
DeFacto [CC BY-SA 2.5], via Wikimedia Commons

La diffidenza e il lento successo

La piccola vettura fu presentata al mondo il 26 agosto 1959 con due diversi marchi, Austin e Morris. I rispettivi nomi commerciali erano Austin Seven e Morris Mini-Minor ed ebbero entrambe avvertite troppo eccentriche date le forme originali e la eccessiva compattezza rispetto alle auto dell’epoca.

Il successo del progetto Mini infatti fu lento ad affermarsi: la diffidenza e qualche mancanza qualitativa erano i due nei principali, tali da offuscare le altre mille qualità del veicolo. In effetti la Mini iniziò a vendere di più quando il pubblico riuscì a riconoscere un’eccezionale tenuta di strada e la grande agilità.

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DeFacto [CC BY-SA 2.5], via Wikimedia Commons

Gli anni ’60, tra famiglia e sport

La qualità più evidente della Mini era la sua adattabilità. Sembrava un progetto mai terminato, in continua evoluzione, a tratti modulare. I vari restyling l’hanno allungata, allargata, resa più comoda o sportiva.

Mentre da un lato il vasto pubblico degli anni ’60 intento a voler far parte del boom economico richiedeva comodità, spazio e pochi consumi, dall’altro lo sviluppo delle vetture da corsa abbracciò anche il modello inglese.

Nasce così nel 1961 la famosa Mini Cooper, che prende il nome di John Cooper, titolare dell’omonimo team di Formula 1. L’elaborazione di Cooper consisteva essenzialmente nell’aumentare la cilindrata (da 848 a 997 centimetri cubici), di apportare due freni a disco anteriori e di rivedere l’assetto, lasciando immutata la potenza in cavalli e la straordinaria tenuta di strada. La Mini Cooper con queste caratteristiche debuttò al Rally di Monte Carlo del 1963, conquistando il primo posto con alla guida il pilota Timo Makinen. Non male per una piccoletta.

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Norbert Aepli, Switzerland [CC BY 3.0], via Wikimedia Commons

Il mai tramontato successo internazionale

Classica, Traveller, Clubman: tutti volevano la Mini e in tutte le salse. Se ne accorgono i produttori di auto di tutto il mondo, riuscendo a ottenere la licenza per la produzione del progetto.

In particolare italiani e spagnoli furono folgorati dalla classe ed eleganza sportiva della Mini. La Innocenti produsse negli anni ’60 e ’70 diverse serie di Mini Cooper, aggiungendo ad essa delle evidenti migliorie per lo più estetiche.

La casa automobilistica spagnola AUTHI produsse sempre in quegli anni cinque serie di Mini, ispirandosi ai lavori eseguiti dalla Innocenti.

C’è da dire in più che la Mini, nata inizialmente in seno ai marchi della British Motor Corporation, passò dalle mani di Rover e BMW, dove rimase fino ai nostri giorni.

Una storia di grande successo, tale da rendere un progetto unico ed inimitabile nonostante i tanti marchi che l’hanno realizzato.

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